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Le reti dell’imprenditorialità sociale come grande incubatore diffuso di innovazione

Prosperità inclusiva è il fortunato titolo dell’ultima edizione delle Giornate di Bertinoro, il luogo per eccellenza nel quale il terzo settore si ritrova ogni anno a riflettere sul proprio futuro. L’espressione prosperità inclusiva è a mio parere il segno inequivocabile della presa di coscienza, da parte del terzo settore imprenditoriale, di essere chiamato ad una nuova enorme sfida: quella di diventare protagonista diretto di una nuova politica industriale. Più precisamente, dell’unica politica industriale possibile, quella che terrà insieme, inscindibilmente, crescita economica e contrasto alle diseguaglianze.
L’espressione prosperità inclusiva è anche un atto d’accusa esplicito a quella che abbiamo chiamato Economia della Conoscenza, un paradigma economico nel quale avevamo riposto grandi aspettative per una nuova stagione di crescita, prosperità ed eguaglianza. Molti studiosi, Rodriguez-Pose e Ròses tra gli ultimi, hanno dimostrato tuttavia che i nuovi paradigmi industriali intensivi di conoscenza, intangibili e tecnologia, hanno fortemente contribuito ad aumentare le diseguaglianze, creando grandi densità di ricchezza ed opportunità in pochissimi luoghi, perlopiù urbani, ed in altrettanto poche porzioni di società, desertificando ciò che da tali polarità rimaneva escluso. È questo il frutto avvelenato della cosiddetta insularizzazione della conoscenza di cui parla Roberto Hunger, che sintetizza la priorità politica che ne deriva con la felice espressione inclusive vanguardism.
La domanda è quindi quale sia l’opzione che abbiamo a disposizione per contrastare questa crescente diseguaglianza sociale e territoriale senza rinunciare alla crescita. Proprio Ròses racconta nel suo ultimo libro, “The Economic Development of Europe’s Regions” di come l’ultimo grande processo di convergenza nel nostro Paese sia avvenuto tra gli anni sessanta e gli anni settanta con l’avvicinamento del Nord-Est e del Centro al Nord-Ovest più sviluppato. Tale convergenza è avvenuta significativamente, tra le altre cose, grazie ad una nuova morfologia industriale, quella sinteticamente descrivibile come il modello distrettuale.
Da allora, la riflessione sulla capacità del nostro sistema socio-economico di generare traiettorie di sviluppo e nuove morfologie industriali in grado di avviare percorsi di recupero di competitività dei territori è quasi sempre collassata su vuote invocazioni.
Da un lato chi, l’associazionismo industriale per primo, non ha saputo far di meglio che rispolverare un vecchio classico, il distretto appunto, aggrappandosi disperatamente alla nozione di prossimità per ipotizzare fantomatiche capacità distintive locali che sono spesso più polverosi retaggi storici che reali dotazioni di conoscenze utili per competere sui nuovi mercati.
Dall’altro il modernismo ingenuo di coloro che hanno affidato le speranze di sviluppo locale alle proprietà taumaturgiche dell’università, della ricerca, dell’innovazione e della tecnologia, spacciando per vera l’equazione che vedrebbe una relazione diretta tra investimenti in ricerca e innovazione e sviluppo locale, addirittura nel breve periodo. Dimenticando purtroppo un elemento non trascurabile: che ciò vale solo a certe condizioni e che proprio quelle condizioni la politica dovrebbe preoccuparsi di garantire invece di concentrarsi sulla verbalizzazione di una ricetta scontata, incompleta e irrealistica nella maggior parte dei territori italiani, almeno nel medio periodo. Quelle condizioni sono una massa critica adeguata di investimenti in ricerca, una struttura industriale adatta, una classe imprenditoriale scolarizzata in grado di recepire il valore di questi investimenti, la capacità di accesso a catene del valore globalizzate, la disponibilità di talenti ben formati, l’attrattività del territorio e molto altro ancora.
La superficialità di tale riflessione, tipicamente ispirata alla mera replica di modelli novecenteschi importati dalla Silicon Valley, in contesti nei quali le condizioni abilitanti per il successo di tali modelli mancavano completamente, ha generato disillusione, rabbia ed una lacerazione insanabile tra la società e la narrativa politica dell’innovazione. In compenso, questa linea di pensiero ed azione ha fatto la felicità di un gran numero di immobiliaristi e architetti che hanno trasformato tutte le vecchie filande e le manifatture tabacchi d’Italia in vuoti parchi scientifici, incubatori e acceleratori d’impresa. Per farsene un’immagine plastica basterà una passeggiata domenicale al Tecnoparco del Lago Maggiore, ad esempio.
Democratizzare il valore della conoscenza ridistribuendolo più equamente sul territorio ed alla società è quindi un tema politico centrale. Si tratta di ricostruire un modello di rendicontabilità sociale della ricerca e dell’innovazione, diverso dalla semplice speranza che qualunque investimento in conoscenza percoli dall’alto nella società producendo effetti distributivi equi e virtuosi.
La densità e la polarizzazione della conoscenza hanno reso molte aree del Paese, non solo aree interne, rurali o svantaggiate, ma anche città medie e grandi, totalmente prive di industrie knowledge-intensive. Per questa ragione, in questi pezzi di Paese, la possibilità di utilizzare l’industria e le imprese tradizionali come meccanismo di trasferimento e restituzione alla società, al territorio e alle comunità, del valore della conoscenza e dell’innovazione, ad esempio banalmente sotto forma di salari e occupazione, è semplicemente fantasiosa.
E dunque come fare in modo che i territori e le comunità non trasformino tale senso di esclusione ed ineluttabilità in rabbia, avversione al progresso, antiscientificità e chiusura? Come tornare a includere questi territori e comunità in un’ipotesi di crescita intensiva di innovazione da cui non si sentano per definizione esclusi? Come restituire legittimità sociale agli investimenti in ricerca e innovazione di cui il Paese ha disperatamente bisogno?
L’intuizione politica è che vada restituito un ruolo alle grandi reti sociali, dell’associazionismo e soprattutto della nuova imprenditorialità sociale, che sono spesso gli unici giacimenti di coesione e progettualità rimasti nei territori che più dolorosamente stanno subendo gli effetti avversi della economia della conoscenza.
L’ipotesi politica è quella di inaugurare una nuova stagione di politiche industriali e di sviluppo locale, innescate dalla convergenza tra opportunità tecnologiche e imprenditorialità votata all’impatto sociale, ovvero imprenditorialità capace di perseguire intenzionalmente obiettivi di rendimento economico ed impatto sociale.
L’innovazione e l’imprenditorialità sociale, assistite da una nuova generazione di investitori, non filantropi, disposti a sostenere queste nuove forme di imprenditorialità ibrida, possono candidarsi ad interpretare una nuova stagione di politiche per l’innovazione ed il trasferimento tecnologico, capaci di ridistribuire più equamente valore e opportunità, attraendo gli esclusi in un progetto di crescita più inclusivo.
Questo obiettivo si raggiunge mettendo la contaminazione tra impresa ad impatto sociale, tecnologia e scienza al centro della politica industriale e tecnologica del Paese.
C’è una nuova generazione di forme imprenditoriali del terzo settore, già oggi ibride nel saper rispondere a bisogni sociali ed insieme nell’essere economicamente sostenibili, strutturate managerialmente e capaci di usare tecnologia e competenza per trovare risposte ai bisogni sociali che si candidano più che credibilmente ad essere protagoniste di questa contaminazione virtuosa.
La convinzione che questa nascente generazione di imprese sia un’opzione di politica industriale e possa inaugurare una nuova stagione di politiche dell’innovazione più inclusive, capaci di distribuire il valore creato dagli investimenti in conoscenza e innovazione in modo più diffuso ed equo tra i territori e nella società si fonda su varie considerazioni.
In primo luogo, la disponibilità di investimenti privati per l’impatto sociale, che cresce a tassi rilevantissimi. In Italia, nel solo 2018, abbiamo registrato l’ingresso sul mercato delle tre grandi fondazioni di origine bancaria, la nascita di numerosi fondi di investimento specializzati, l’impegno delle istituzioni finanziarie europee, della Cassa Depositi e Prestiti e di tutte le principali banche.
Secondo, esiste un mercato. È il mercato interno dei bisogni sociali, decine di miliardi all’anno di spesa privata delle famiglie italiane per il welfare, con un profilo di spesa che va sempre più qualificandosi e personalizzandosi, richiedendo modelli di intervento innovativi. È un mercato cui potranno dare risposte efficaci solo imprese portatrici di valori sociali, oltre che sostenibili e capaci di generare reddito.
Terzo, i numeri, la base installata già esistente delle diverse forme di impresa sociale, a cominciare dal modello cooperativo. All’interno del terzo settore possiamo contare più di diecimila forme organizzative orientate all’imprenditorialità e oltre duecentomila forme associative non strettamente orientate all’imprenditorialità. Se solo una piccola parte di essa completasse il percorso evolutivo già intrapreso ci ritroveremmo con una consistente coorte di imprese immediatamente disponibili ad interpretare concretamente una nuova visione di sviluppo industriale e tecnologico. Diciamo qualche centinaio all’anno, un numero forse non in assoluto enorme ma certo straordinariamente superiore a quello che potrebbero generare tutti gli incubatori o acceleratori universitari italiani messi insieme. C’è in verità un elemento ben più importante del singolo conteggio: questi numeri si trovano uniformemente distribuiti proprio in quei territori nei quali i modelli di impresa tradizionali non si trovano più o faticano a produrre e distribuire valore alla società.
Quarto, esistono opportunità tecnologiche, low-tech e medium-tech, relativamente economiche e facili da usare, destinate a innovare strutturalmente le forme di risposta ai problemi sociali e a consentire la scalabilità dei modelli imprenditoriali che realizzano gli interventi, ampliando considerevolmente i numeri dei possibili beneficiari e realizzando diverse forme di efficienza. Questo significa che modelli di imprenditorialità sociale che si reggevano su margini di sostenibilità economica esigui, se scalati su alti volumi acquisiranno forme di sostenibilità più robusta.
Quinto, la disponibilità della spesa pubblica per il procurement sociale, come straordinaria leva di politica industriale demand-side, se qualificato dal punto di vista dal punto di vista innovativo e tecnologico.
Sesto, l’aderenza di questo modello imprenditoriale a valori, modelli e ambizioni delle ragazze e dei ragazzi che oggi stanno studiando e che domani saranno innovatori e imprenditori. A ciò va aggiunto un tratto antropologico dell’imprenditore sociale che lo rende più simile all’archetipo schumpeteriano, per fame e determinazione, di quanto non lo siano alcune delle ragazze e dei ragazzi che nei bar e nei giardinetti delle università italiane interpretano acriticamente l’estetica startuppara della West Coast.
Settimo, il fatto che il Governo abbia posto tempestivamente i presupposti per la realizzazione di questa visione, con la approvazione della Legge del terzo settore e dei decreti sulla nuova impresa sociale. E’ questa peraltro un’opzione politica già fortemente radicata nelle politiche europee, come hanno dimostrato Carlos Moedas, e Marianne Thyssen, commissari rispettivamente all’innovazione e alle politiche sociali, quando pochi mesi fa a Lisbona hanno lanciato, non casualmente insieme, “Opening up to an ERA of social innovation”, identificando nella convergenza tra politiche tecnologiche e politiche sociali una grande opportunità di sviluppo per l’Europa.
Infine, questa ipotesi va esplorata perché è un imperativo politico prendere coscienza del fatto che crescita e innovazione da una parte, e lotta alle diseguaglianze dall’altra, non sono più questioni che possono essere tenute separate, perché fanno parte inscindibilmente di una sola nuova agenda politica.
È il tempo dell’innovazione inclusiva, è il tempo di produrre valore e coesione insieme. Un programma industriale serio non può limitarsi a ripetere il luogo comune che chi crea ricchezza la crea per tutti ovvero limitarsi a evocare il ruolo taumaturgico delle infrastrutture, treni o università che siano. Vanno invece offerte risposte atte a contrastare la crescente diseguaglianza sociale e territoriale, senza rinunciare ad un modello di crescita basato su innovazione e conoscenza.
Per fare questo, bisogna ripartire dalle grandi reti che rimangono innervate e diffuse in quelle porzioni di mondo che sono rimaste indietro e che sono capaci di dialogare con le comunità: le reti del saper fare e le reti dell’imprenditorialità sociale. Reclutare queste due reti alla produzione di valore, riportandole nel perimetro delle politiche industriali, è una delle poche opzioni credibili per restituire ai territori un’opzione imprenditoriale sostenibile, senza aumentare le lacerazioni.
In particolare, nel caso delle reti dell’imprenditorialità sociale, si tratta di scommettere sul paradigma emergente dell’impact economy e guardare alle grandi reti dell’imprenditorialità sociale, innervate e diffuse proprio in quelle porzioni di mondo che sono rimaste indietro, come a un grande incubatore e acceleratore d’impresa distribuito e diffuso, da cui far nascere una nuova morfologia industriale capace di restituire coesione al Paese.
C’è un mercato, quello dei bisogni per cui la spesa privata sta aumentando esponenzialmente, c’è un’imprenditorialità radicata, diffusa e pronta a sfruttare le opportunità tecnologiche per rispondere in modo innovativo a questi bisogni, c’è un sistema finanziario che sta specializzando la propria offerta per sostenere questo tipo di imprese orientate all’impatto sociale. Se questo non rappresenta un’opportunità di politica industriale è difficile immaginare cos’altro possa esserlo.