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Il piano Calenda e l’impresa sociale

Il piano industriale per l’Italia delle competenze, proposto da Carlo Calenda e Marco Bentivogli, ha molti pregi, tra i quali il fatto stesso di essere un piano. Una visione concreta, che potrebbe arricchirsi ulteriormente intercettando la profonda trasformazione che interessa i modelli di innovazione e imprenditorialità sociale e i mercati finanziari che ad essi guardano con crescente attenzione.
In una parola, mettendo la contaminazione tra impresa sociale, tecnologia e scienza al centro della politica industriale e tecnologica del Paese.
Si tratta di includere nel perimetro delle politiche industriali una nuova generazione di innovatori, imprese ed investitori finanziari che, sfruttando le nuove opportunità tecnologiche, sanno coniugare la capacità di produrre intenzionalmente impatti sociali positivi con la sostenibilità e la redditività economica e finanziaria delle loro iniziative.
Sono imprese spesso, ma non sempre, provenienti dal terzo settore, capaci di intercettare e risolvere problemi sociali e di farlo con modelli che coniugano lavoro e capitale. Hanno tre caratteristiche fondamentali: sono ibride negli obiettivi sociali e di profitto, sono strutturate managerialmente e sono intensive di competenze e tecnologie.
La convinzione che questa nascente generazione di imprese sia un’opzione di politica industriale e dell’innovazione si fonda su sei considerazioni.
In primo luogo, la disponibilità di investimenti privati per l’impatto sociale, che cresce a tassi rilevantissimi, circa del 25% tra il 2016 e il 2017 a livello mondiale. In Italia, nel solo 2017, abbiamo registrato l’ingresso sul mercato delle tre grandi fondazioni di origine bancaria, la nascita di numerosi fondi di investimento specializzati, l’impegno della Cassa Depositi e Prestiti e delle principali banche.
In secondo luogo, l’esistenza di mercato interno dei bisogni sociali, 109 miliardi di spesa privata delle famiglie per il welfare per esempio, con un profilo di spesa che va sempre più qualificandosi e personalizzandosi, richiedendo modelli di intervento innovativi.
In terzo luogo, i numeri della base installata già esistente delle diverse forme di impresa sociale, a cominciare dal modello cooperativo: se solo una parte di essa completasse il percorso evolutivo già intrapreso ci ritroveremmo con una consistente coorte di imprese immediatamente disponibili ad interpretare concretamente una nuova visione di politica industriale e di sviluppo tecnologico.
In quarto luogo, la disponibilità della spesa pubblica per il procurement sociale, come straordinaria leva di politica industriale demand-side, se qualificato dal punto di vista dal punto di vista innovativo e tecnologico.
In quinto luogo, l’aderenza di questo modello imprenditoriale a valori, modelli e ambizioni delle ragazze e dei ragazzi che oggi stanno studiando e che domani saranno innovatori e imprenditori.
Infine, il fatto che il Governo abbia posto tempestivamente i presupposti per la realizzazione di questa visione, con la approvazione della Legge del terzo settore e dei decreti sulla nuova impresa sociale.
E’ questa peraltro un’opzione politica già fortemente radicata nelle politiche europee, come hanno dimostrato Carlos Moedas, e Marianne Thyssen, commissari rispettivamente all’innovazione e alle politiche sociali, quando pochi mesi fa a Lisbona hanno lanciato, non casualmente insieme, “Opening up to an ERA of social innovation”, identificando nella convergenza tra politiche tecnologiche e politiche sociali una grande opportunità di sviluppo per l’Europa.