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Il contratto di impatto sociale

Nello spazio di pochi giorni, la cronaca ci ha offerto una sintesi straordinaria degli estremi entro cui si svolge il dibattito su impresa ed economia sociale ed insieme, purtroppo, delle nostre difficoltà a discutere laicamente del profondo processo di trasformazione che investe l’imprenditorialità sociale.
Nelle stesse ore in cui, nel corso della discussione sulla riforma del terzo settore, il Senatore Marino rispolverava la figura del giano bifronte per riportare l’orologio del dibattito al secolo scorso, il Governo Francese annunciava il lancio del Contratto a Impatto Sociale, uno strumento con il quale l’amministrazione pubblica si rende disponibile a rimborsare – solo in caso di successo misurabile – gli investitori privati che mettono a disposizione capitali per progetti di intervento sociale. In sostanza, il paradigma dei tanto discussi social impact bonds. La notizia è rilevante, non solo perché per la prima volta lo strumento si iscrive nell’agenda politica di un grande paese dell’Europa continentale, ma anche perché la notizia riguarda un paese cui difficilmente può essere attribuita una deriva neoliberista estrema nella gestione del welfare e nell’approccio all’economia sociale. In verità, in occasione dei lavori della Task Force del G7 sugli investimenti a impatto sociale, proprio il governo francese aveva posto un argine ad un eccessivo orientamento alla finanziarizzazione del sostegno all’impresa sociale, sempre anteponendo natura costitutiva, missione e valori dell’impresa sociale a qualunque riflessione relativa agli strumenti di apporto del capitale.
L’intervento va quindi inteso come un esperimento con il quale verificare, al netto di qualunque pregiudizio ideologico, positivo o negativo, le proprietà di questa famiglia di strumenti. In particolare, la capacità di reclutare capitali privati addizionali per interventi sociali innovativi, tipicamente nel segno della prevenzione. La strada della sperimentazione e dei dimostratori è un approccio saggio al problema, perché solo in questo modo sarà possibile valutare fino in fondo la reale portata dei ben noti problemi di misurazione e di compatibilità con le regole di contabilità pubblica. Una strada lungo la quale sembrano virtuosamente avviarsi, nel disinteresse quasi totale del Governo centrale, importanti Regioni italiane quali la Sardegna e il Piemonte, che si candidano a diventare importanti avamposti di sperimentazione, ai quali guardare con grande attenzione nei prossimi mesi.
L’annuncio da parte del Governo Francese segue peraltro di poche settimane la presentazione, del documento strategico “Social Investments: the UK as a global hub”, con il quale il Governo inglese candida il Regno Unito come il miglior posto al mondo nel quale fare impresa sociale. Un segnale fortissimo, pur al netto delle peculiarità anglosassoni, politicamente rilevante quanto l’ormai famoso fondo per gli investimenti sociali voluto dal Ministro Maduro per il governo Portoghese. Un segno che governi nazionali e amministrazioni locali sempre più frequentemente si pongono il problema di riprogettare le forme di sostegno pubblico alle nuove forme di imprenditorialità sociale, nella consapevolezza che le forme di impresa stanno mutando radicalmente. Molte di queste sperimentazioni non daranno gli esiti sperati, muteranno o verranno abbandonate, come tutte le innovazioni degne di questo nome. In ogni caso, sempre meglio che rimanere paralizzati da mesi in attesa di conoscere quali scintillanti intuizioni si nascondano dietro l’annuncio della cosiddetta “IRI del Sociale”.
Lo scetticismo e il disincanto con cui il mondo finanziario, industriale e politico italiano guardano a queste innovazioni politiche non sono necessariamente una cattiva notizia, perché ci preserveranno da troppo facili entusiasmi e innamoramenti. A patto che non degenerino in un disinformato conservatorismo.

(Pubblicato su VITA Bookazine)