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Il Piano Nazionale della Ricerca e le scelte di specializzazione

(pezzo firmato con Andrea Bonaccorsi, Università di Pisa e Guido Pellegrini, Università di Roma La Sapienza)

Fabrizio Onida, sul Sole 24 Ore dello scorso 20 Settembre, nell’esaminare dettagliatamente la bozza del Programma Nazionale della Ricerca, formula una serie di critiche circostanziate, certamente condivisibili in linea generale ma che forse meritano qualche precisazione o almeno di essere collocate in un quadro di riferimento un po’ più ampio ed anche realistico. Il Programma Nazionale della Ricerca è il principale documento di programmazione della ricerca italiana e storicamente ha preso la forma di un corposissimo libro dei sogni degli scienziati italiani che per ventura si sono ritrovati ad avere la penna in mano nel periodo della sua redazione. Una sorta wishlist di progetti anche molto specifici, con una capacità di incidere sui successivi atti di programmazione del Ministero pressoché nulla.
Inoltre, è stato un esercizio di programmazione che ha guardato ossessivamente ed esclusivamente alle risorse del bilancio ordinario dello Stato, in tempi nei quali queste ultime rappresentano una frazione sempre più marginale di quelle europee, fondi strutturali inclusi. Col PNR in discussione in queste settimane si è cercato in primo luogo di superare queste consuetudini: un documento breve, fortemente connesso alla reale capacità di programmazione finanziaria ed orientato a integrare risorse nazionali ed europee.
Certamente è un documento dal quale è legittimo attendersi delle scelte e su questo punto è difficile dare torto al Prof. Onida: il PNR non contiene scelte definitive su pochissime traiettorie tecnologiche. Il PNR contiene invece un’architettura generale entro cui sarà possibile fare delle scelte, e questo non è poco se si considera la situazione contingente.
La domanda chiave è infatti: sarebbe stato giusto e possibile oggi fare pochissime scelte selettive? Esiste oggi nei Ministeri e nelle controparti industriali una conoscenza di prospettiva delle potenzialità tecnologiche dell’industria italiana così fine da consentire di puntare tutto su pochissimi aggregati di competenze? E veramente pensiamo di poter affidare un così importante atto di programmazione ad un fintamente algido tavolo di supertecnologi? (che se non sono professori universitari – autoreferenziali nelle parole di Onida – o esponenti di interessi industriali diretti non è ben chiaro chi dovrebbero essere). La scelta di affidare la specializzazione ad una struttura di coordinamento intermedia, i cluster tecnologici nazionali, è un tentativo che non ha nulla a che vedere con le strutture di intermediazione – parchi scientifici e distretti tecnologici – di cui Onida ricorda il fallimento, ben noto a tutti.
In verità, i cluster tecnologici sono nati esattamente per il motivo opposto, per ridurre la spaventosa entropia generata dal proliferare di queste iniziative a livello regionale. Poiché solo chi non conosce la realtà può immaginare di cancellare con un tratto di penna le centinaia di iniziative locali sulle quali – legittimamente in base al titolo V della Costituzione – le Regioni italiane hanno investito e continuano a investire ingenti risorse, l’unico esercizio possibile è, a nostro parere, la paziente ricostruzione dal basso di una parvenza di coerenza nazionale su alcune grandi priorità tecnologiche. Il fatto che su alcuni grandi temi, manifatturiero avanzato e aerospazio per fare due esempi, ci sia stata una politica nazionale debolissima ed invece un grande attivismo da parte di molte Regioni italiane, potrà certamente non piacere a molti – e a noi certamente non piace – ma è la realtà che non possiamo far finta di dimenticare.
I cluster nazionali sono quindi molto semplicemente il luogo di confronto tra pubblico e privato, Stato e Regioni, da cui devono emergere le traiettorie di specializzazione di cui certamente dobbiamo dotarci per non disperdere risorse. Se si legge il testo con attenzione, i cluster non sono altro che piattaforme tecnologiche o se si vuole le joint technology initiatives europee: un modo trasparente, neutro e condiviso per generare un’agenda di ricerca comune e per generare traiettorie di specializzazione credibili proprio perché frutto di un confronto negoziale tra sistema pubblico della ricerca, industria e legittimi interessi politici, nazionali e territoriali. Le dodici aree e i relativi cluster sono quindi un modo di organizzare le competenze, compito che rientra certamente tra quelli del MIUR, non di specializzarle. Infatti le dodici aree coincidono, con qualche piccolo adattamento alla realtà nazionale, con quelle previste da H2020.
E’ evidente invece che scelte di specializzazione industriale ben più selettive si richiedono nello sfruttamento delle competenze ed è per questa ragione che non al PNR ma alla Strategia Nazionale di Specializzazione Intelligente andrebbe richiesto il livello di selettività cui ci richiama Onida. Questo documento, che la Commissione ci impone per beneficiare dei fondi strutturali (obbligatoriamente basato su quello che la Commisisone – non il MIUR – chiama processo di scoperta imprenditoriale) è l’esercizio che dovrebbe essere severamente giudicato in base alla capacità di identificare poche traiettorie tecnologiche di grande prospettiva per l’industria italiana. E’ una lettura che mi sento di suggerire a chiunque avanzi legittime istanze di politica industriale specializzata.
Lo stesso vale per le infrastrutture di ricerca. Questo PNR per la prima volta le censisce: ce ne sono oltre duecentocinquanta sul territorio nazionale che rivendicano legittimamente questo status. Il PNR ne ha selezionate circa novanta come di interesse nazionale fissando nel contempo precisi criteri con cui – questa volta sì con l’aiuto di un panel di esperti internazionali – selezionare ulteriormente quelle poche su cui concentrare le risorse. Si poteva fare di meglio? Forse, ma il pregio del percorso individuato è di far avanzare di pari passo la selettività delle scelte con l’accuratezza degli strumenti conoscitivi di cui disponiamo. E questo a tutela, in primo luogo, di chi nel sistema pubblico investe il proprio tempo nella ricerca e non può essere oggetto di scelte arbitrarie o poco informate,