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Finanza d’impatto, l’Europa avanza e la Sardegna ci crede

Per una fortunata coincidenza, la Giunta Regionale della Sardegna ha costituito il suo fondo di Social Impact Investing, prima tra le amministrazioni pubbliche italiane, proprio nel giorno in cui la Commissione Europea ha manifestato concretamente e pubblicamente la volontà di promuovere gli investimenti a impatto sociale tra gli strumenti finanziari del fondo sociale europeo.

Martedì scorso a Bruxelles, durante la conferenza “Strumenti Finanziari nel Fondo Sociale Europeo” si è infatti lungamente discusso della possibilità di utilizzare, nell’ingegneria finanziaria del fondo, strumenti finanziari orientati a generare intenzionalmente ritorno economico e impatto sociale misurabile.

E’ un passaggio importante perché per la prima volta la Commissione riconosce l’opportunità di guardare oltre il tradizionale schema dei grants per introdurre i meccanismi di pay for success, che rappresentano il vero elemento distintivo della finanza di impatto. Gli esperti, radunati dalla piattaforma fi-compass, creata dalla DG Employment insieme alla Banca Europea degli Investimenti, hanno in particolare sottolineato la convergenza tra gli obiettivi generali dei fondi strutturali dedicati allo sviluppo sociale e gli obiettivi della finanza di impatto, suggerendo l’opportunità di sperimentare nuove soluzioni in questa direzione. Una direzione già sperimentata, peraltro, in Europa, dal Portogallo, che grazie al lungimirante lavoro del Ministro Maduro ha introdotto il primo Fondo di Fondi per l’innovazione sociale.

Ciò avviene in un momento storico particolarmente significativo, quando tutte le regioni europee si accingono a programmare la grande parte del fondo sociale europeo per il periodo di programmazione che va fino al 2020, cercando di mettere in piedi meccanismi più efficaci e verificabili di quelli che hanno caratterizzato la passata programmazione.

La notizia dell’iniziativa intrapresa dalla Regione Sardegna deve essere accolta con particolare soddisfazione, perché dimostra la volontà e la capacità delle regioni italiane di sperimentare soluzioni di frontiera, anche quando queste vanno ad incidere su pratiche di utilizzo dei fondi estremamente consolidate.

Il Fondo Social Impact Investing in Sardegna sosterrà interventi pilota di attività imprenditoriali che abbiano ricadute positive di impatto sociale ed occupazionale misurabili.

Lo strumento avrà una dotazione iniziale di otto milioni di euro.

La strumentazione finanziaria che verrà utilizzata dal fondo non è ancora definita. Il fondo interverrà erogando prestiti, capitale di rischio o emissione di bond in favore di progetti con impatto sociale positivo. I settori di intervento saranno l’inclusione di lavoratori espulsi da comparti produttivi, interventi di politica attiva destinati ai giovani tra i 15 e i 20 anni con difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro e a rischio di l’esclusione sociale nonché interventi di inclusione attiva di detenuti ed ex detenuti.

Il Fondo di Social Impact Investing, che sarà gestito dalla Finanziaria regionale SFIRS, supera la logica del fondo perduto, impegnando i soggetti privati a restituire i finanziamenti ricevuti per dar vita alle proprie iniziative in una logica di compartecipazione finanziaria. Per gli investitori privati, vi è la possibilità di una remunerazione in funzione dei risultati raggiunti, grazie al risparmio ottenuto con gli interventi.

C’è infine da augurarsi che questa sperimentazione induca altre regioni italiane ad avviare esperienze analoghe. La Regione Piemonte, per esempio, ha allocato nella propria programmazione 4 milioni di euro sul Fondo FESR da usare per sperimentazioni di Impact Investing a favore della nuova imprenditorialità sociale, così come da qualche tempo si discute di impact investing al servizio del sociale al Comune di Milano.

E così, mentre il Governo nazionale, a un anno e mezzo dall’annuncio del cosiddetto “Fondo per non toccare il Fondo”, non è ancora stato in grado di produrre una proposta credibile, se non una confusa e polverosa idea di un intermediario della filantropia chiamato non a caso “IRI del sociale”, le amministrazioni regionali si muovono in modo innovativo sperimentando soluzioni di piccola scala, giustamente, ma di grande significato in termini di capacità di produrre cambiamento.