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Tre visioni e la ricetta dell’imprenditore-consigliere

Dice bene Luca De Biase stamattina sulle pagine di Nòva, lo storytelling non basta più, né per l’agenda digitale né per il resto dei progetti di modernizzazione del Paese.

Tre annunci hanno acceso il dibattito in questi ultimi giorni, quello relativo al progetto Post-expo guidato dall’IIT, le anticipazioni sul progetto strategico denominato Industria 4.0 e il lancio della cosiddetta IRI del Sociale. Sono tre progetti tra loro molto diversi, che si possono giudicare bene o male, sulla base di informazioni invero ancora piuttosto scarne; non si può però dire che questi progetti manchino della scintilla della visione di lungo periodo.

In particolare il progetto Post-expo ha il pregio di fissare un obiettivo di lungo termine, saldandolo con il sentimento positivo con cui si è conclusa Expo e di tracciare una traiettoria certamente rilevante e di respiro, molto in linea con la crescente popolarità dello  stile politico da Entrepreneurial State. Brillante anche era stata l’idea, annunciata in un lontano Consiglio dei Ministri, di creare il cosiddetto Fondo per non toccare il fondo, per sostenere la crescita e la trasformazione della nuova impresa sociale. Che poi questa brillante idea si sia concretizzata – dopo più di un anno di misteriose elucubrazioni –  in una polverosissima proposta di Fondazione per l’intermediazione delle donazioni è un dettaglio che speriamo rimediabile. Terzo, Industria 4.0 è finalmente un’idea di politica industriale moderna che per il momento trova concreta attuazione nel solidissimo lavoro del Ministero dello Sviluppo Economico e in una bozza irresistibilmente naive di Palazzo Chigi. Speriamo che a Venaria prevalga il primo sulla seconda (o che la seconda sia molto migliorata negli ultimi giorni), ma non è questo il tema in questa sede. Fermiamoci alla bontà delle tre intuizioni.

La questione è piuttosto come queste tre intuizioni si articoleranno in agende operative nei prossimi mesi. E’ una questione delicata, perché appena sotto il livello dell’intuizione c’è ancora – a mio parere – un disegno fragilissimo, una fragilità che si spiega col metodo con il quale queste proposte sono state generate.

Veniamo quindi al metodo. Gli imprenditori, soprattutto quelli di successo, tendono ad utilizzare la propria esperienza personale come chiave interpretativa del mondo, anche quando si occupano di questioni non proprio vicinissime al settore in cui hanno avuto successo. Così può capitare che un imprenditore-finanziere che si imbatta più o meno casualmente in alcuni pezzi dell’articolato sistema nazionale della ricerca se ne innamori fino a convincersi che quei pezzi – e proprio solo quei pezzi – siano quelli su cui vale la pena concentrare tutte le energie per una scommessa importante come Italia 2040. Oppure ancora che un imprenditore che ha costruito una meravigliosa iniziativa di pura filantropia ritenga che quello – e solo integralmente quello – sia il modello univoco da replicare quando di passa all’azione politica per il sostegno dell’imprenditorialità sociale.

Non vi è nulla di male nell’avere queste convinzioni e neppure nell’esprimerle. Il problema è che quando questi imprenditori-consiglieri consegnano le loro convinzioni nelle mani della politica sarebbe compito di quest’ultima collocarle in un contesto di evidenze empiricamente difendibili, in una prospettiva organica e sistematica, in un quadro di elementi fattuali: in altre parole quella che chiamano evidence-based policy (per esempio http://www.brookings.edu/~/media/research/files/papers/2013/04/17-liebman-evidence-based-policy/thp_liebmanf2_413.pdf). Solo così facendo, a Venaria e altrove, si cominceranno a costruire dossier strategici all’altezza delle intuizioni che li hanno ispirati.